Diamanda Galas

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Diamanda Galas

Diamanda Galąs appartiene ad un ambito molto particolare della ricerca vocale contemporanea. Demetrio Stratos, grande performer e studioso della voce negli anni ‘70-‘80, usava la sua voce come un sintetizzatore in grado di controllare con precisione le onde sonore. La Galąs inspessisce questa visione della voce come strumento intrecciando il discorso puramente tecnico con quello espressivo. Il cantare della Galąs tende ad oltrepassare la sonoritą per creare un rapporto comunicativo immediato con la psiche.

L’inizio della sua carriera avviene nei manicomi in cui la Galąs viene chiamata ad esibirsi dal Living Theatre intorno alla metą degli anni 70. Ma la collaborazione dura poco: a causa del suo scarso interesse nel fare la terapeuta abbandona questo tipo di esperienze. Inizia a pubblicare dischi estremi per sola voce ed elettronica, dove la freddezza dei filtri e degli effetti bilancia la profonda sofferenza espressa dalla voce (Litanies of Satan -1982, Diamanda Galąs -1984). Dopo la morte del fratello, il poeta Philip-Dmitri Galas per AIDS il suo interesse diventa quello di indagare le piaghe che colpiscono l’umanitą. Concepisce la trilogia Masque of the Red Death (1989) Plague Mass (1990), profana messa per un’umanitą condannata, e Vena Cava (1992), ritratto dell’isolamento e della crescente disperazione di un individuo sieropositivo. Negli ultimi anni alterna una produzione di cover blues (profonde e sofferenti riletture di standard per piano e voce) a progetti compositivi pił complessi come l’ultimo Defixiones Will and Testament, che tratta del genocidio delle popolazioni armene, greche ed elleniche da parte dei Turchi, durante la prima guerra mondiale, raccogliendo testi e ispirazioni musicali disparate. L’elettronica cede il passo al pianoforte, con cui Diamanda instaura un intimo ed esclusivo rapporto, rendendolo convulso e tetro supporto dei suoi vocalizzi.

La voce di Diamanda Galas č un luogo. Gli estremi che tocca (dallo strillo al borborigmo) e le incursioni nella lirica non fanno parte di una sintassi musicale, ma costruiscono un Teatro Mentale, un Grand Guignol psichico in cui la Diva si lascia brutalizzare e possedere dai suoi demoni. Un “teatro polifonico” in cui i diversi usi della voce focalizzano scene diverse alternando tenui penombre a forti contrasti. Lontana da ogni luce, l’immagine/suono tende in ogni momento ad essere inghiottita dal nero. Come nel momento compositivo. Quando Diamanda compone lo fa in una sala buia ed isolata. Nessuno deve sentirla, nessuno essere intorno a lei. Lo spazio della voce diviene lo spazio scenico in cui l’isolamento e la follia sono protagonisti. Un Teatro vuoto, grandissimo e buio, animato da una sola presenza che grida a Nessuno.

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